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L'elisir indiano

(clicca per ingrandire.)
di Leonardo (5^H)
Jeremia era un uomo del West.
Scorreva sangue indiano nelle sue vene e i suoi compagni, quando frequentava le elementari, lo avevano soprannominato Geronimo, a causa del colore dorato della sua pelle.
Jeremia era nato in una riserva del Sud Dakota (Stati Uniti).
Se qualcuno fosse andato a indagare nel suo albero genealogico avrebbe scoperto parecchie cose interessanti: tra i suoi antenati c'era un certo Sitting Bull (meglio conosciuto come Toro Seduto), che aveva rapito, dopo un assalto a una fattoria, una giovane fanciulla bionda.
La quale, dopo parecchie insistenze, aveva accettato di diventare sua moglie.
Dal matrimonio era nata Quarto di Luna, una bella fanciulla dai capelli biondi e dalla pelle rossastra, che, raggiunta la maggiore età, avrebbe lasciato la tribù e sarebbe scappata a San Francisco, spinta da un'irrefrenabile voglia di vivere.
Quarto di Luna era stata la trisnonna di Jeremia.

Non staremo a rifarvi la storia dell'intera famiglia, anche se sarebbe interessante.
Per ora ci limitiamo ad affermare che (i casi della vita!) adesso Jeremia, vive nel nostro paese, dalle parti del delta del Po, ha ventun anni, una fidanzata di nome Rosaura e un vecchio motofurgone, con il quale effettua trasporti in attesa di trovare un lavoro vero.
Ma il lavoro, come succede a parecchi giovani delle nostre parti, non riusciva a trovarlo e Rosaura - bella, bionda come una spiga di grano, temperamento passionale - incominciava a dare segni d'impazienza.
I fidanzati non le sarebbero mancati e lei, una volta o l'altra, avrebbe anche potuto stancarsi di attendere che Jeremia la portasse all'altare.
Era innamorata di lui, soprattutto del colore dorato della sua pelle, ma una ragazza deve pensare anche al proprio avvenire.

L'idea balenò nella testa di Jeremia un giorno di primavera, verso il crepuscolo.
Era seduto sulle rive del Po, e qualcosa, nella sua memoria atavica, scattò: gli sembrò di essere, come i suoi antenati, sulle rive del Mississippi e provò una nostalgia profonda per quei luoghi che non aveva mai visto ma che erano fortemente impressi nel suo Dna.

I suoi avi avrebbero risolto molto rapidamente la situazione, trovando qualcosa che consentisse loro di sbarcare il lunario.
Non avrebbero fatto come lui, che prendeva parte a tutti i concorsi pubblici, sperando di ottenere un posto di spazzino, o di bidello, o di ricercatore nucleare (lui, saggiamente, i concorsi li faceva tutta: fidando sulla legge dei grandi numeri era certo, prima o poi, di vincerne uno).
Ma quando, una sera, Rosaura si rifiutò al suo abbraccio e gli disse, senza mezzi termini:
"Guarda che Goffredo, il farmacista, mi ha chiesto di sposarlo", Jeremia si rese conto che doveva darsi da fare.
Inutilmente aveva reagito rispondendo:
"Ma Goffredo è vecchio, e brutto...".
Rosaura si era stretta nelle spalle e aveva liquidato l'argomento con un secco:
"Ma ha i soldi in banca, una casa di proprietà e una Ferrari di seconda mano".

La situazione era disperata.
Rosaura gli aveva dato due settimane di tempo e in quelle due settimane Jeremia avrebbe dovuto trovare una soluzione: non che Rosaura pretendesse la Ferrari, né la casa di proprietà, ma almeno un lavoro, e qualche prospettiva per l'avvenire.
Sulle rive del Po, quando scese la sera, Jeremia aveva deciso: sfruttando le conoscenze dei suoi antenati avrebbe creato una pozione magica, un elisir capace di restituire i capelli ai calvi e di cancellare l'acne dal volto degli adolescenti.
Si mise al lavoro la notte stessa.
Nella sua stanzetta riempì un frullatore che gli era servito in passato per fare la maionese, con diversi ingredienti: lucido da scarpe, tre pesche troppo mature, un bicchierino di grappa di infima qualità e alcune foglie di alloro che teneva in casa per insaporire l'arrosto.
Fece girare il frullatore, ma non fu soddisfatto del risultato: era troppo denso.
Per ammorbidirlo aggiunse un bicchiere di latte e fece nuovamente frullare il composto.
Lavorò tutta notte.
Al mattino aveva una cinquantina di flaconi pieni di un liquido oleoso e brunastro, sui quali aveva incollato etichette con la parola ELISIR, scritta a mano.
Soddisfatto di sé - era talmente eccitato che non sentiva neanche la stanchezza - indossò un abito da pellerossa, ricordo di una vecchia festa di Carnevale, caricò i flaconi sul furgone e si portò nella piazza principale del vicino paese.
Si era dipinto la faccia con lucido da scarpe (il poco che gli era rimasto) e bianchetto, ín modo che nessuno lo potesse riconoscere.
Si piazzò davanti al suo furgone e, quando vide davanti a sé una piccola folla, disse:
"Ugh! Grande medicina di grande stregone apache. Grande rimedio contro calvizie e brufoli. Ugh! Solo due euro!".
Mezz'ora dopo aveva venduto tutti i flaconi.
Corse più volte a casa a prepararne altri...

Oggi Jeremia ha una fabbrica di elisir con ottanta dipendenti.
Ha sposato Rosaura, che gli ha dato tre figli.
In garage ha una Ferrari (nuova), una Rolls e il vecchio motofurgone, al quale è sentimentalmente attaccato.






Nella storia dell'alchimia medievale europea, dell'antica Cina e dell'India, la ricerca di questa leggendaria sostanza è stata il principale obiettivo di molti alchimisti.
In Europa e Cina, l'elisir era anche noto come "Quintessenza della vita", poiché in esso venivano a trovarsi i cinque elementi, anche se in Europa ne erano comunemente accettati quattro (aria, acqua, fuoco, terra).
L'alchimista conte di San Germano, vissuto in Europa nel XVIII secolo e protagonista di esperimenti segreti ed esoterici, è stato sospettato di aver l'elisir di lunga vita e la sua vita privata molto misteriosa non ha fatto altro che incrementare questo mito a lui legato.


Radicchio V1.6 ® Dino